Pak Beng. Il Laos in “bianco e nero”.

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ottobre 24, 2017

 

Il termine “bianco e nero”, oltre che alle tecniche di ripresa foto-cinematografiche, viene spesso collegato a situazioni estreme, senza vie di mezzo. Pak Beng è così, senza alternative. E’ un piccolo villaggio sulla sponda del Mekong a metà strada tra Houay Say – storica porta d’accesso via fiume al Laos dal nord della Thailandia – e Luangprabang, l’antica capitale del Regno dei Mille Elefanti, meta obbligata dei turisti che transitano da queste parti. Quello che accade a Pak Beng di giorno è subordinato a ciò che succederà la sera, ogni singola sera: l’arrivo delle slow boat cariche di “falang” (stranieri) provenienti da Houay Say e dirette, il giorno dopo, a Luangprabang. Le guesthouse e i locali si riempiono e svuotano nell’arco di poche ore assicurando al villaggio un tenore di vita leggermente superiore alla media. Ma una diga incombe. Una delle tante centrali idroelettriche previste, in costruzione e già realizzate sul Mekong e i suoi affluenti. In Laos il verde, soprattutto durante la stagione delle piogge è intenso, accecante, ma la foto qui sopra non poteva che essere in bianco e nero. Poetica forse, ma allo stesso tempo tragica, perché quello e il luogo dove più o meno verrà costruita la diga che si porterà via tutto cambiando inevitabilmente la fisionomia di Pak Beng e la vita dei suoi abitanti. Una situazione disperata e dolorosa pervasa da una sensazione di impotenza, come cadere nel vuoto circondati dall’aria e senza un possibile appiglio … sapendo che prima o poi si toccherà terra rovinosamente.

Sull’analogico e la lentezza

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ottobre 11, 2017

 

Leggo continuamente disquisizioni (ancora!?) su fotografia analogica e digitale. Da una parte, su come il negativo e la stampa analogica – mi riferisco ovviamente al bianco e nero – manterrebbero morbidezze e sfumature mai raggiunte dal digitale; dall’altra, su come invece le qualità dei sensori e la straordinaria praticità del digitale abbiano relegato carta e pellicola in un angusto angolino frequentato da vecchi nostalgici e hipster vintage. Nulla di più ovvio. Sarebbe come affermare che sentire il profumo della carta da lettere e dell’inchiostro dovrebbe farci pentire di inviare una e-mail. Non entro nel merito della “tecnica” (magari ci torno in un prossimo post), vorrei invece concentrarmi sul metodo.

La scorsa estate, piacevolmente costretto dalla mia compagna, abbiamo intrapreso una vacanza facile e rilassante a Madeira e Porto Santo, le due isole Portoghesi al largo delle coste africane. Non volendo gravare me (e lei) della solita zavorra contenente il kit del fotoreporter, ho rispolverato una vecchia Mamiya 645 che non usavo da dieci anni. Una sola ottica e sei rullini bianco e nero 125 e 400 iso. Novanta scatti. Una reflex digitale di buon livello li fa in dieci secondi. Ovviamente ho dovuto decidere cosa valesse la pena fotografare e cosa no, ben consapevole che solo al mio rientro in Italia avrei scoperto se quello scatto meritava davvero tutta la mia attenzione. L’analogico ti costringe a pensare in bianco e nero, cercare e non catturare, scegliere. Senza fretta, lentamente. Una questione di metodo appunto. In questo l’analogico si distingue ancora dal digitale e, qualità a parte (ma ci importa poi così tanto?) resta insuperato. Lo Zen e l’arte dell’analogico.

Perché?

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ottobre 11, 2017

Di recente ho visto un film in cui un sommergibilista dice: “Noi siamo come i pinguini. Veloci e aggraziati in mare, ma come dei coglioni a terra.” Ho come la sensazione che la mia “terra” sia Facebook.

Perché dovrei leggere il post di qualcuno che condivide il pensiero altrui (perché averne uno proprio costa fatica) che meriterebbe l’oblio e invece innesta un’accesa discussione tra “esperti opinionisti” reduci da commenti illuminati sulle ultime tecniche di sbancamento anale o su perché un gatto si spaventa alla vista di un cetriolo?

Perché affidare ad un algoritmo il compito di ricordarmi eventi dimenticati da tempo? Ma soprattutto, perché li avevo dimenticati? Valeva la pena ricordarli? Sono davvero così importanti?

Perché condividere uno stato d’animo con “amici sconosciuti”?

Non ci sono già abbastanza cose brutte al mondo da dovermi sorbire anche le prime pagine di Libero o la notizia di un terribile attentato in medio oriente posizionato da La Repubblica dopo l’ultima dichiarazione di Salvini o un articolo sullo stato di salute di Valentino Rossi?

Perché se voglio verificare l’attendibilità di una notizia postata con grande clamore su Facebook, devo comunque leggermi cinque siti o quotidiani?

Perché devo promuovere ciò che non vendo, se non per puro auto-compiacimento?

Perché devo sapere da Facebook o da Twitter cosa pensano e fanno il mio Presidente del Consiglio o quello degli Stati Uniti?

Voglio rallentare, ponderare ma soprattutto scegliere. Fare esperienze lente. Perché saprò quanto corro solo quando incontrerò qualcuno molto più lento di me.

 

Benvenuto nel mio nuovo blog!

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ottobre 9, 2017

Oggi inauguro il mio blog! 

Un’ esigenza, per parlare di fotografia, e non solo, fuori dai soliti canali “social”. Analogico, digitale, etica, deontologia, professione, viaggio ecc. Temi a me cari ma che ultimamente trovo difficile trattare e discutere su Facebook. Mi auguro di trovare o ritrovare amici dispersi tra mille post superficiali e superflui per riprendere fiato, scrivere e discutere di una passione vera. A presto!!